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Natione Sardus: da Cicerone ai giorni nostri

Luglio 18

Attilio Mastino e Franciscu Sedda

Per Cicerone, che difendeva un governatore disonesto, i cento testimoni pelliti venuti a Roma dall’isola per sostenere l’accusa contro Scauro, erano inaffidabili perché tutti identici per carnagione scura (unus color), per idee politiche antisenatorie (una mens), per un’unica lingua incomprensibile (una vox): questo erano i Sardi, un’unica nazione (una natio).

Per un paradosso della storia, proprio Marco Tullio Cicerone, acerrimo nemico dei Sardi, attribuiva loro la condizione di natio, sintetizzata nell’immagine del tempio del Sardus Pater. In genere natio viene utilizzato per indicare un «populus», cioè «homines, nomine vinculooriginis, religionissimiliterconiuncti»: le popolazioni straniere, alleate o sottomesse a Roma (nationesexterae); altre volte indica popoli ostili alla Res pubblica oppure etnie definite etnocentricamente “barbare e arretrate”, rispetto alla cultura di cui i Romani si ritenevano portatori primi.

Per la sua trasversalità, il tema “nazione” è stato indagato da storici del passato e del presente: riferito ai Sardi, a partire dalla loro natura ibridata da componenti diverse, il termine si presta molto bene ad essere declinato in un arco cronologico lungo, dall’antichità romana fino agli odierni confliggenti nazionalismi.

Ai nostri giorni, a distanza di tanti secoli, il dibattito sulla discussa “sovranità” della Sardegna, forse si arricchisce di nuovi tasselli, che ci consentono di assistere in diretta all’identificazione di una natio riconosciuta dai Romani, insieme eredità del passato protostorico (sintetizzato nei Giganti di Mont’ePrama) e premessa per gli sviluppi successivi (che iniziano con le cattedrali romaniche costruite dai sovrani dei quattro giudicati sardi).

Nel tardo medioevo la semantica del potere insita nel discorso ciceroniano e latino ritorna sulla scena. La ritroviamo nel discorso che nel 1355 il sovrano aragonese Pietro Il Cerimonioso rivolge alla sardica natio, tentata dall’appello alla sollevazione unitaria da parte di Mariani de Arbarée. Conquistata ma pur sempre straniera, questa natio è impossibilitata a scegliersi il suo sovrano, ad esercitare la sua sovranità. Di lì a poco Mariano IV, liberata quasi tutta l’isola, tenterà di farsi intitolare re di Sardegna; la figlia Elianora, proseguendone l’operato, promulgherà la Carta de Logu con l’intento di favorire «su bonu operari de sa republichasardischa», termine che dopo la rilettura dei classici da parte di Giovanni di Salisbury indica lo Stato.

Il tema della Nazione sarda si ripresenterà con tanto di maiuscole ai tempi della Sarda Rivoluzione (1793-1796), quando in nome della sua “felicità” i sardi si solleveranno, formando il partito patriottico, e poi si divideranno: da un lato i conservatori fedeli al sovrano sabaudo, che rivendicano l’ingresso dei “nazionali” alle più alte cariche amministrative del Regno, dall’altro i novatori, animatori del movimento anti-feudale e propugnatori della Repubblica di Sardegna, nazione allo stesso titolo di quella Francia a cui si ispirano.

Se consideriamo questo percorso storico, su cui ci soffermeremo più in dettaglio, si può congetturare che sbagliasse Camillo Bellieni, il padre del Sardismo moderno nel Novecento, studioso della Sardegna romana, quando riteneva che il popolo sardo fosse solo una «nazione abortiva», «nella quale, pur essendovi le premesse etniche, linguistiche, le tradizioni per uno sbocco nazionale, sono mancate le condizioni storiche e le forze motrici per un tale processo». Sempre negli ormai lontani anni Venti, Emilio Lussu in una lettera ad Antonio Gramsci poneva come premessa alle rivendicazioni dei Sardi il fatto che questi si erano «accorti da parecchio di essere una nazione fallita»; più tardi, nel 1951, pareva addolcire l’espressione, parlando di «nazione mancata» ma contestualmente chiedeva ai sardi di liberarsi dell’«ostinazione» a sentirsi nazione e «ammettere la fatale sconfitta collettiva come popolo». In questo solco, con più profondità, si pone la straordinaria riflessione di Antonio Gramsci: cresciuto come giovane indipendentista prima dell’approdo a Torino non smetterà di interrogarsi sul tema della nazionalità dei Sardi.

Con il trionfo dell’Autonomia regionale, pienamente inserita nell’idealità nazionale italiana, il tema della nazione sarda è stato rimosso. Quando è ritornato è stato spesso in forma strumentale. Il rischio che perennemente si è corso è stata la subordinazione della storia agli obiettivi politici dei partiti isolani, spesso in pura funzione contestativa e rivendicativa verso lo Stato. Più in generale, se e quando in politica ci si è ricordati del passato della Sardegna lo si è fatto attraverso una storia alquanto parziale, edulcorata: il discorso pubblico, non solo politico, è parso incapace o intimorito dall’idea di fare i conti con i momenti nazionali dei Sardi. La materia è delicata, tanto più che il tema della nazione può essere tirato verso esiti emancipativi quanto regressivi, forieri di aperture o di chiusure. Tuttavia la questione è nella lunghissima storia della nostra terra e chi studia la storia, da storico o da semiologo che sia, non può sottrarsi dal farci i conti.

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Data:
Luglio 18
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